sabato 15 ottobre 2011

Piccoli miscredenti crescono

La pastorale cattolica, sempre molto preoccupata dei numeri, è perennemente alle prese con la sciamatura delle giovani generazioni, che ha inizio in genere dopo l’amministrazione della cresima, più o meno attorno alla terza media, e che si compie nei primi anni delle scuole superiori. Dopo questo tempo, in ambiente parrocchiale non resta di solito che un “resto di Israele” che ha l’aria di quello che sta a lì a domandarsi “Perché proprio a me?”, come fosse caduto preda di una brutta malattia. Ma non è di questa minoranza assoluta e perplessa che voglio parlare.

Impressiona invece l’indifferenza – per non dire l’ostilità – nei confronti del cattolicesimo e di tutto quello che lo rappresenta, manifestata da quanti han già deciso più o meno consapevolmente di rompere con il proprio ecclesiale passato prossimo.

Per rendersi conto della questione, basta farsi un giro tra i profili facebook e spulciare le info di giovanotti imberbi e signorine dal trucco improvvisamente pesante, che fino a ieri avevano affollato le aule di catechismo e servito messa cantata. Alla voce “orientamento religioso” non è raro che l’ex-chierichetto sottolinei graniticamente: “Ateo”.

Poveretto, come lo capisco! Con tutte le genuflessioni e gli inchini che gli toccava fare ad ogni minimo spostamento sull’altare, per anni ha soltanto messo a rischio la salute della propria colonna cervicale; mentre del gusto, della bellezza e soprattutto della libertà del vangelo non c’era ombra. Tanto che ora non se ne scorge traccia alcuna. E tutto quell’indottrinamento senz’anima propinato ad opera di anime bene intenzionate quanto devote alla causa del cattolicesimo, in lustri di cosiddetta formazione cristiana, ha ottenuto il solo scopo di farlo scappare a gambe levate appena possibile, il più lontano che potesse.

E così, appeso al chiodo il turibolo ormai spento, quel che prende forma nel cuore e nella mente del povero ateo-cresimato è una rivolta feroce verso tutto quello che si riferisce alla religione; un tuffo disperato in un privato abitato da idoli, qualche volta persino più innocenti del dio buono ma perennemente accigliato, adirato col mondo e nemico del corpo, che gli hanno insegnato ad amare ma soprattutto a temere. La cui immagine ambivalente ha finito per allontanarlo, forse irrimediabilmente, da una duratura e liberante ricerca del volto di Dio in Gesù di Nazaret.

Il vangelo però aspetterà, agli incroci della vita, come sempre. Non è faccenda che riguardi pochi, è cosa di molti, è pane per tutti. Sparso su cammini che nessuno sa, portato lì da qualche testimone magari inconsapevole più che dagli zelanti redattori dei catechismi ufficiali, il suo seme di umanità cresce per farsi albero carico dei frutti della giustizia e della pace, della bellezza e della compassione. Sotto quelle fronde chiunque lo voglia potrà tornare e ristorarsi, quando per lui il tempo sia maturo.

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lunedì 19 settembre 2011

Il peccato contro la speranza

Il peccato contro la speranza

di Arnaldo DeVidi

in “Koinonia-Forum” n. 273 del 9 settembre 2011


Gli indios ci insegnano. Essi errano, come tutte le persone di tutte le etnie (non dobbiamo mitizzarli come fece J.J. Rousseau); ma ci insegnano che sull’errore di un individuo pesa la responsabilità di tutti. Quando un indio commette un crimine, il consiglio degli anziani lo convoca e gli domanda: “Fratello, perché hai agito così? Dov’è che abbiamo sbagliato?”.

Penso che il consiglio degli anziani della Chiesa dovrebbe convocare il mondo di oggi e domandargli: “Dove abbiamo sbagliato perché tu, mondo, sia caduto così in basso, egoista, spietato, senza valori né giustizia?”. Mi perseguita questo domanda: dove la Chiesa ha sbagliato?

Credo che la Chiesa gerarchica abbia peccato contro la speranza. Ha perduto la sua identità di essere sale e lievito. Ha bruciato la primavera che Giovanni XXIII aveva interpretato così: “Nel presente momento storico la Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani, che, per opera degli uomini e per lo più al di là della loro stessa aspettativa, si svolgono verso il compimento di disegni superiori e inattesi”. Paolo VI, seppure più cauto, aveva ribadito: “Lo sappia il mondo: la Chiesa guarda ad esso con profonda comprensione, con sincera ammirazione e con schietto proposito non di conquistarlo, ma di valorizzarlo, non di condannarlo, ma di confortarlo e di salvarlo”. Il frutto maturo dello spirito dei due papi è stato il Concilio Vaticano II e, in particolare, la Gaudium et Spes.

Ma poi il Concilio è stato “corretto” o, più esattamente, tradito. Sono stati altri due papi, non italiani, Wojtyla e Ratzinger, a innestare la retromarcia e riportare la Chiesa nell’alveo della “cristianità cattolica italiana”! C’è stato il ritorno al monolitismo e alla “grande disciplina”, usando parole verniciate di fresco sui vecchi concetti (cf. la nuova evangelizzazione). Con la paura dell’inculturazione, le teologie latino-americane, africane e asiatiche sono state condannate o diffidate. Forse papa Wojtyla alla sua elezione era un’incognita, non essendo ancora noto; ma papa Ratzinger è stato scelto con conoscenza di causa: si sapeva che era un templare che avrebbe rafforzato la crociata della “restaurazione”. Aveva detto da cardinale: “Se per restaurazione intendiamo la ricerca di un nuovo equilibrio dopo le esagerazioni di una apertura indiscriminata al mondo, dopo le interpretazioni troppo positive di un mondo agnostico e ateo, ebbene, questa restaurazione è auspicabile ed è del resto già in atto”.

Il mondo, stigmatizzato, non amato né rispettato, è andato sfasciandosi. Nella torre d’avorio del suo tomismo dogmatico, papa Benedetto, detentore della verità, vuole aiutare chi sta nella menzogna.
Per compiere questa missione, detta le scelte nei campi della politica e della morale; ringrazia Dio del potere e dei privilegi che la Chiesa detiene in vari paesi, adoperandosi per aumentarli.

Da parte sua, la Chiesa italiana, assomigliando ai politici più biechi, è riuscita a passare incolume coi suoi privilegi nell’ultima manovra del governo italiano, quando poteva riscattarsi nel cammino della sobrietà e del civismo.

A questo punto, lo dico piangendo, la Chiesa che non è il fine, ma il mezzo per la realizzazione del Regno, diventa molto relativa, come uno strumento spuntato. Io ringrazio i cinesi per aver esorcizzato il mio teismo e monoteismo escludente, per avermi aperto al simbolico e alla categoria dell’umano. Mi hanno così guarito dal sogno di un messianismo mondiale made in Vatican.

In forza della fede, con i cristiani, io dico che Gesù rappresenta la Via da percorrere come pellegrini della Libertà, della Pace e della Verità. Questo mi basta.

Arnaldo DeVidi

Abaetetuba, Settembre 2011, Brasile

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domenica 21 agosto 2011

I viaggi del papa e i viaggi di Gesù

Un intervento del teologo spagnolo p. José Maria Castillo - autore, tra l'altro, de: "Chiesa e diritti umani" - sul viaggio di Benedetto XVI a Madrid in occasione della GMG 2011.

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I viaggi del papa e i viaggi di Gesù

Senza dubbio, molta gente penserà che è uno sproposito mettere in relazione i viaggi del papa con i viaggi di Gesú. Venti secoli separano gli uni dagli altri. E quasi tutte le circostanze, che circondarono e circondano gli uni e gli altri sono tanto diverse, che metterli in relazione non può avere altra finalità che concludere dicendo che quei viaggi non hanno nulla a che vedere con questi.

Questo significa che, in fin dei conti e se tutto questo è cosí, quello che qui si pretenderebbe fare sarebbe semplicemente togliere prestigio al papa. Naturalmente, a chi pensa come ho appena detto non gli mancano ragioni per farlo. Ma anche dico che, se il solo titolo di questo articolo rende nervose alcune persone, forse si possa pensare ragionevolmente che, almeno all’inizio, nessuno dovrebbe essere prevenuto sul fatto che, a proposito del viaggio del papa, si dica qualcosa di come, perché, per quale motivo e con chi viaggiava Gesú.

Non diciamo che il papa è il vicario di Cristo in terra? Il dizionario dice che vicario è colui “che fa le veci, ha potere e facoltà di un altro o lo rappresenta”. Poi - dico io -, se il papa rappresenta Gesú, fatte salve tutte le differenze, qualcosa avranno a che vedere questi viaggi con quelli. E così è.

Gesú viaggiava per parlare di Dio. E per questo viene il papa a Madrid.
Gesú viaggiava per cercare i lontani da Dio. E per questo si è organizzata la Giornata Mondiale della Gioventù, giacché ci sono ragioni per pensare che i giovani sono uno dei settori della popolazione più lontani dalla fede in Dio.
Gesú viaggiava per consolare coloro che soffrono. E non c’è dubbio che la visita del papa servirà di consolazione a non poche persone afflitte.

Tutto questo è certo. Però è anche vero che Gesú viaggiava in modo che le “moltitudini”, che accorrevano a lui per ascoltarlo, erano persone che i vangeli designano normalmente mediante la parola greca “óchlos”, che appare 170 volte nei vangeli. E che designa, non solo una quantità grande di gente, ma anche gente ignorante, di condizione sociale umile e che era considerata dalle persone pie come “una massa che non conosce la legge religiosa ed è maledetta”, come dicevano le persone religiose più osservanti (Gv 7, 49).

Se gli autori dei vangeli disponevano di altre parole greche (“démos”, “laòs”, “éthnos”...) per designare il popolo che accorreva a Gesú, perché normalmente utilizzano la parola più dispregiativa che avevano a disposizione? Quale fascino strano aveva quell’itinerante instancabile che fu Gesú?

Nel farmi queste domande, non pretendo di mettere in questione né il costo economico che avrà il viaggio del papa, né quello che si attendono quelli che hanno organizzato questo viaggio, né quello che cercano quelli che viaggeranno fino a Madrid per ascoltarlo.
Io mi chiedo qualcosa che è molto più grave, più urgente, più forte: stando come stanno le cose nei paesi del corno d’Africa, dove centomila bambini muoiono di fame e di carestia, e in attesa che i paesi più potenti del mondo non pongano rimedio a questa situazione tanto angosciosa, perché il papa non va, almeno al momento, in Somalia e Kenia, e resta lí, nei campi dei rifugiati, fino a che non si ponga un rimedio efficace per questa situazione di tanti esseri innocenti che si dibattono tra la vita e la morte?
Se ci sono fondate speranze che un gesto così del papa sarebbe uno scuotere la coscienza di tanti multimilionari che potrebbero alleviare il presente stato di cose, perché il papa non lo fa? Non è più necessario, più importante, più umano, più evangelico, in questo drammatico momento, andare con i poveri moribondi invece che entrare trionfante nell’accoglienza da apoteosi che gli riserveranno a Madrid?

E vedo che sto per mettere le mani avanti. Poiché molti sono quelli che diranno che tutto questo è demagogia a buon mercato, utopia inutile, etc, etc. Però, anche a rischio che mi si dica in faccia tutto questo, e molto di più, non tralascerò di dire quello che sento, davanti ad una necessità così patente e che tanto grida verso il cielo. Anzi, se lo dico, non è per attaccare la chiesa o il papa. Tutto il contrario. Lo dico perché sono fermamente convinto della forza che hanno la chiesa ed il papa per smuovere i cuori e le coscienze quando sono in gioco la vita o la morte di tanti essere deboli, i più indifesi ed abbandonati.

Naturalmente, che il papa si riunisca pure con i giovani e smuova le loro coscienze, indichi loro il cammino del Vangelo e faccia scoprire loro orizzonti di umanità. Però, per favore, quello che è primario è primario. E, senza alcun dubbio, la cosa più urgente, in questo momento, è salvare la vita di tante persone che sono i “nessuno” di questo mondo.

E termino affermando che questo non è solo per il papa ed vescovi. E’ per tutti. Per me innanzitutto. Perché tutti abbiamo il coraggio di affrontare una situazione che non ammette indugio.

José Maria Castillo

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venerdì 19 agosto 2011

Vacche magre e otto per mille




















Almeno in tempi di crisi economica, l'Istituzione ecclesiastica può far finta di nulla sulla questione dell'Otto per mille?

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Chiesa, tre metri sopra l’Irpef
di Marco Politi

in “il Fatto Quotidiano” del 18 agosto 2011

La Chiesa italiana è chiamata a dare il suo contributo per il risanamento del deficit nazionale. In una fase di tagli pesantissimi generalizzati, chi è percettore di un flusso ingente di finanziamenti pubblici non può sentirsi “al di sopra delle parti”. Partecipare è un dovere morale.
Nei tempi antichi, in casi d’invasione e di assedi, si fondevano i calici e gli ori dei templi per finanziare la difesa della città o riscattare i prigionieri. Altrettanto vale oggi, quando il nemico – più insidioso e distruttivo – è annidato nelle finanze pubbliche e può essere debellato soltanto se veramente tutti, e non solo le famiglie a reddito fisso, partecipano ai sacrifici.

Sbaglierebbe la gerarchia ecclesiastica a scrollarsi di dosso la richiesta, etichettandola come anticlericale o animata da spirito antireligioso. È vero il contrario. Il dovere di mettere mano alle proprie disponibilità nasce (dovrebbe nascere) da una considerazione anche religiosa del “bene comune” e dello stesso destino dello stato sociale. In Grecia la Chiesa ortodossa sta valutando, con il governo, di sostenere il bilancio pubblico vendendo parte del suo patrimonio immobiliare. Può la Chiesa italiana rifiutarsi di affrontare nella fase attuale la questione dell’8 per mille, che pesa sul bilancio dello stato per oltre mille milioni?

Dirò subito che nell’ottica di uno stato sociale e democratico, che favorisce lo sviluppo della personalità dei cittadini nella dimensione culturale, valoriale e associativa, anche sostenere l’espressione comunitaria di una fede e favorire la costruzione di una chiesa, una sinagoga o una moschea è un elemento di civiltà.
Il fatto è che in Italia il sistema dell’8 per mille, che concede democraticamente a qualsiasi cittadino di devolvere una quota dell’Irpef alla confessione religiosa di sua scelta o allo Stato per fini umanitari, è nato sulle basi di un imbroglio. È evidente che il cittadino, che non vuole usufruire della facoltà di devolvere la sua quota a un destinatario preciso, intende lasciare alla piena disponibilità dello Stato la sua Irpef. Così succede in Spagna , che pure ha copiato concettualmente il sistema italiano. La truffa-Tremonti avvenuta nel 1985, è che le somme non toccate – le quote di Irpef dei cittadini che non si sono “espressi” – vengono nuovamente suddivise in base ai “voti” di quanti hanno manifestato la loro preferenza nella dichiarazione dei redditi. Con il risultato che le “preferenze” per le Chiesa cattolica, pari a circa un terzo delle dichiarazioni, attraverso il riconteggio arrivano a qualcosa come l’87 per cento e in tal modo l’istituzione ecclesiastica giunge incassare circa un miliardo di euro.

L’irrazionalità di questo meccanismo è aggravata da molteplici fattori.
Anzitutto il gettito dell’8 per mille è aumentato esponenzialmente a un ritmo tale che ha non più nessuna relazione con la struttura della Chiesa cattolica. Il numero dei sacerdoti in Italia va infatti sistematicamente calando. Nel 1978, al momento dell’elezione di papa Wojtyla, erano oltre quarantunmila, oggi sono scesi a trentaduemila e nel 2013 dovrebbero ridursi a ventottomila secondo uno studio del sociologo cattolico Diotallevi (insieme a Stefano Molina). Insomma la Chiesa italiana più si riduce e più incassa in finanziamenti statali.

La seconda anomalia è rappresentata dal fatto che il governo Berlusconi ha rallentato l’accesso al sistema dell’8 per mille di altre confessioni in modo da non scalfire la parte del leone che arriva alla Cei. Da anni l’Unione buddista, i Testimoni di Geova, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, l’Unione induista, l’Esarcato ortodosso e la Chiesa apostolica – che pure hanno firmato le intese con lo Stato italiano – attendono la ratifica del parlamento. Solo per le ultime due è arrivata finora l’approvazione del Senato, ma manca quella della Camera. L’“inerzia” non è casuale.

Ogni “voto” a una nuova confessione, toglie fondi alla Chiesa cattolica. È bastato negli anni scorsiche ci fosse un piccolissimo incremento per i Valdesi e sono stati milioni persi per la Cei. Dunque il motto è “non disturbare le gerarchie ecclesiastiche”.

Terzo scandalo è che lo Stato non metta un’indicazione di scopo alle “preferenze” per la quota statale destinata a fini umanitari. Se Berlusconi avesse detto che andava alla ricostruzione dell’Aquila, vi sarebbero stati milioni di “voti”. Ma proprio questo non si voleva. La Chiesa ha la pretesa che lo Stato non proponga nulla.

Questo è il quadro. Che cosa si può fare immediatamente?
La via maestra, la più dignitosa per la Chiesa, è che la Cei nella seduta del suo prossimo Consiglio permanente a settembre annunci di lasciare allo Stato una quota cospicua dei finanziamenti alla luce del fatto che vi sono stati tagli pesanti in tutti ministeri e negli enti locali con riflessi durissimi sulla vita dei cittadini. La Cei insieme alle diocesi in questi anni, con progetti di credito a favore delle famiglie deboli, ha fatto molto. Abbia il coraggio di correggere la stortura del sistema.

Il governo a sua volta, a norma dell’art. 49 della legge che ha istituito l’8 per mille nel 1985, convochi la commissione paritetica con l’episcopato per rivedere – come è espressamente previsto – la somma del gettito.

Il governo indichi chiaramente lo scopo pubblico della quota a lui riservata per coinvolgere i cittadini su obiettivi precisi e cessi l’andazzo vergognoso per cui milioni della “quota statale” tornano a destinatari ecclesiastici con interventi a pioggia come accade da anni.

Si abolisca, infine, il doppio conteggio.

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domenica 10 luglio 2011

"Ricorda il giorno di shabbàt"

Oggi le letture della liturgia ambrosiana sembrano avercela con il mondo. “La carne ha desideri contrari allo spirito e lo spirito ha desideri contrari alla carne” – ammonisce Paolo nella lettera ai Galati, trasferendo germi di una certa visione dualistica dell’uomo, che si ritrova a combattere contro se stesso, irrimediabilmente diviso in spirito e carne.
Ed evidentemente Paolo non fa mistero di che cosa intenda prima di tutto quando parla di “carne”. E il pensiero cristiano successivo cammina nel solco sessuofobico tracciato da lui, e da altri ancor prima di lui, fuori dalla tradizione ebraico-cristiana.
Ma con buona pace di Paolo di Tarso, è possibile l’esperienza di una carne che è carne e spirito insieme. Mentre, d'altro canto, qualche volta ci si imbatte in proposte spirituali di nessun respiro e per questo lontane dal permettere autentiche esperienze spirituali.
Possiamo trovarci di fronte a modi assolutamente senz'anima di parlare di spirito; mentre ci sono parole profondamente spirituali per descrivere la “carne”. Sono le parole dell’amore, del semplice, indiviso amore umano. Come, ad esempio, quelle poetiche che lo scrittore Erri De Luca usa per narrare il primo incontro fra i progenitori, secondo il racconto mitico di Genesi. Qui il dualismo fra carne e spirito che genera angoscia nel cuore dell’uomo e della donna è ancora di là da venire, l'amore è integro e tutta intera l’esperienza umana trasuda di bellezza e autentica spiritualità, proprio perché ancora così prossima alla propria Origine.

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da: Erri De Luca - E disse (Feltrinelli 2011)

Quelle parole avevano fatto l’universo dopo le prime sillabe di annuncio: “Ieì or”, sarà luce. In ebraico quattro vocali e una consonante avevano acceso le notti e illuminato il giorno. L’universo brulicò di scintille. Poi quelle parole avevano chiamato il mondo a farsi, durante i sei giorni di creazione.

Era materia uscita dalla voce della divinità, era sostanza di bellezza perché scaturita da parole. Il monte su cui si fissava la dettatura della divinità era un’arsura rimbombante, dall’alto calava la luce degli inizi.

“Ricorda il giorno di shabbàt”: certo che mi ricordo, lo aspetto una settimana intera, pensò qualcuno, indolenzito ancora dai turni di fatica dell’Egitto e incredulo di trovarsi liberato dai lavori forzati.

La divinità non si riferiva a quello. Intendeva: ricorda il primo giorno di shabbàt del mondo, quando Elohìm cessò la sua manifattura. Come poterlo ricordare? La cellula di partenza della specie umana era presente. Quei due primi, Adàm e Havà, hanno ascoltato l’improvviso silenzio dell’arresto. Ritorna col ricordo allo stupore e allo sgomento. Era il giorno sesto del creato ma per loro era il giorno uno. Venne sera e silenzio, si spalancò la notte e si sdraiarono sotto. Non sapevano se sarebbe tornato un altro giorno e la sua luce. Tutto era nuovo per loro e tutto era già apparecchiato intorno. Seppero che ogni cosa li aveva preceduti, la vita intera esisteva già prima di loro due. Seppero in quel primo buio di essere degli ospiti.

Era finita l’opera, ma a completarla e darle perfezione ci voleva la settima, che in musica si chiama dominante. Il mondo era stato creato con un arrangiamento musicale, le sue regole rispondono alla combinazione di tempi, toni, diesis e bemolle. La coppia ultima nata intendeva le più vaste frequenze, il basso continuo del creato.

Quella sera il mondo si interruppe, come un principio di sordità all’orecchio. Succede anche a chi passa alla penombra da una forte luce. Lentamente distinsero il silenzio del primo shabbàt del mondo. Era bonaccia a mare, la fogliuzza che non tremola più, il vapore che sale dritto dalle narici dei bufali, i loro occhi tranquilli: anche per gli animali quello era il primo sabato, ma loro lo aspettavano.

Ricorda la prima notte dei nostri primi due, si mischiava l’amore allo spavento, la risposta insieme alla domanda. Erano nudi, si protessero abbracciandosi i corpi, la testa nella spalla dell’altro nell’incavo accogliente tra la scapola e il collo. Scoprivano l’incastro che permette a due corpi di fare l’unità.

Fu la prima scoperta della conoscenza, senza la distinzione ancora del bene e del male. Quella prima notte profumava di creato spento. L’amore accelerava l’esperienza, faceva succedere tutto in una notte. E che notte, la prima: non erano stati bambini, l’amore fu il primo dei giochi. Passarono dalle risate al solletico, alla concentrazione di frugarsi. Mentre si strofinavano felici si urtarono le labbra. Stupiti si scansarono, poi le riaccostarono. Si chiusero gli occhi da soli, la vista e tutti i sensi accorsero alla bocca. Nacque per accidente allegro il primo bacio. Al termine del gioco erano arrivati al bacio mille.

Ricorda il giorno di sabato, iniziato la sera del sesto, prolungato nell’insonnia amorosa, nel breve sonno sazio, nel risveglio a giorno canterino. Quello è shabbàt, di quello avrai ricordo. Le donne del Sinai guardarono i mariti, gli uomini si voltarono verso di loro, chiamati da quegli occhi. Che giorno è oggi? Facciamo che è già il sesto, che stasera è shabbàt.

Ricorda la felicità del mattino seguente, la luce sulle palpebre, il risveglio. Era il giorno perfetto, il punto fermo messo a firma del capolavoro. Shabbàt, la cessazione, un suono secco di frutto caduto, il palmo di una mano che si chiude nel palmo dell’altra.

Non era invito a fare gite, scampagnate, era il rumore di un interruttore generale. Neanche luce e fuoco erano ammessi. Smetti, è shabbàt, non è tuo, è della terra, che resti per un giorno senza passi, sgombera di te. Non farai e non farai fare a nessuno al posto tuo: né a tuo figlio e a tua figlia, né al tuo servo e alla serva, né al bestiame. Nemmeno allo straniero che sta nelle tue porte, il sabato è uguaglianza.

Tu leggi, studia, canta, prega, gioca, gusta la tavola e la compagnia. Scrivere? No, neppure quello, ma se sei accanito di scrittura puoi farla sulla sabbia e sulla polvere. Solo il soccorso è ammesso per accorrere a un grido.

“Non farai per te alcuna opera”: questo ti servirà a ricordare il primo shabbàt del mondo, il corpo t’insegnerà, smettendo. Non è il contrario di fare, è l’esecuzione di un ricordo, di quando senza annuncio né segno si fermò la creazione del cielo e della terra. Non che fosse finita l’opera: il rinnovo continua. Si era fermata la musica: le bestie quella notte guardarono in su, i nostri due fecero lo stesso. “Il cielo è il mio sedile, la terra è il mio sgabello,” fa dire a Isaia. Cercavano con gli occhi il posto dove stava il musicista.

(pp. 48-52)

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giovedì 30 giugno 2011

Ma noi occupiamoci del vangelo












La questione della successione a Tettamanzi mi lascia un po' interdetto. Se ne leggono di tutti i colori su Angelo Scola ancor prima d'averlo sentito parlare da vescovo di Milano. "Dai frutti li riconoscerete"... Diamogli un po' di tempo. Se verrà e inizierà subito a trafficare a destra e a manca non sarà un buon segnale.

Vito Mancuso su Repubblica dice bene: c'è bisogno di ascolto. Saprà il nuovo arcivescovo saper ascoltare?
Se è per questo, un gruppo di credenti della mia comunità qualche tempo fa scrisse una lettera al cardinale Tettamanzi, manifestando perplessità circa le modalità di costituzione della neonata Comunità pastorale che ha coinvolto anche la nostra parrocchia... Ebbene, dal buon Dionigi nemmeno due righe di risposta, sempre che la missiva sia giunta a destinazione. Ad ogni modo questo è accaduto: cristiani scrivono al loro vescovo e questi non li degna di una parola, tutto cade nel vuoto, o rimbalza come contro un muro di gomma. Che dire, dunque, a proposito di ascolto?

Scola o chi per lui, siamo sempre col naso all'insù ad aspettare qualche cosa che ci piova addosso. "Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo"? E poi lamentiamo l'anacronismo di talune prassi ecclesiastiche, immutabili dal medioevo a questa parte e che lasciano a pochi decidere tutto sulla testa della gente, senza la minima possibilità per le persone di esprimere un parere in questioni importanti per la vita della Chiesa. Ma se la gente semplice non viene minimamente interpellata quando si tratta di costituire una comunità pastorale (ad esempio: a nessun monsignore interesserebbe sapere che cosa ne pensi il "popolo di Dio" di dover camminare con questa piuttosto che con quella parrocchia), come volete che l'opinione della stragrande maggioranza dei cattolici di una diocesi possa contare qualche cosa nella nomina del vescovo?

Forse dovremmo smetterla di guardare il cielo. Dovremmo non parlare più del nuovo vescovo, o di quello antico. Quello che dovremmo fare è invertire la direzione del nostra attenzione e fissare lo sguardo verso il basso. Distoglierlo dalle porpore e dagli onori degli ecclesiastici di professione per rivolgerlo al Crocifisso presente nella comune storia degli uomini.

Ha ragione quel prete che in questi giorni si esprime così: il Vaticano "doveva controbilanciare il sindaco di sinistra. Per loro tutto si gioca sul potere. Ma noi occupiamoci del vangelo e dei più deboli della terra . Poi, ancora una volta, affidiamo a Dio nella preghiera e nell'impegno i piccoli semi che gettiamo nel solco del quotidiano".

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sabato 4 giugno 2011

Come nel medioevo

A Milano han fatto il sindaco. La maggioranza dei milanesi ha scelto Giuliano Pisapia. Fra qualche settimana arriverà il nuovo vescovo. Chi lo sceglie? I credenti della diocesi ambrosiana, manco a dirlo, non hanno nessuna voce in merito. Tutto gli piove dal cielo: la comunità pastorale, il nuovo parroco, figuriamoci il vescovo! La Chiesa cattolica, si sa, non è certo incline ai cambiamenti. Ma una piccola riforma di una prassi medievale, nel terzo millennio, non sarebbe quanto meno auspicabile?
A tal proposito ricevo questo interessante articolo che desidero rilanciare, prima che il gallo schiatti.

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Chiesa monarchia feudale
di Piero Stefani


Nel 2011 Milano assisterà al rinnovo di due cariche. Una è già avvenuta con l’elezione di Giuliano Pisapia a sindaco della città: un fatto dalla valenza politica rilevante che, con ogni probabilità, sarà assunto nei libri di storia come svolta irreversibile nel declino politico dell’attuale presidente del consiglio. A seguito di questo esito elettorale si stanno infatti mettendo in moto dinamiche che diffondono, a vasto raggio, la convinzione secondo la quale Berlusconi ha imboccato, senza chance di recupero, il viale del tramonto. Pure se, ipoteticamente, non fosse così, l’esistenza di questa vasta percezione contribuisce in modo significativo a far sì che sia effettivamente così. Tutt’altro il discorso su quanto avverrà dopo: qui l’incertezza regna sovrana.

L’altra carica da rinnovare è quella di arcivescovo. Nel 2009, il card. Tettamanzi ha dato le dimissioni per raggiunti limiti di età. Come è ormai prassi, l’incarico gli è stato rinnovato per due anni. Anche questi ultimi sono ormai scaduti. Da mesi fioccano le previsioni sul successore. Se la nomina, non l’ingresso, fosse avvenuta prima delle elezioni amministrative, difficilmente qualcuno avrebbe ipotizzato una volontà da parte della Chiesa cattolica di influire sul risultato elettorale. È meno vero il contrario. Specie se la scelta, come molti prevedono, cadrà infine sul card. Scola, sarà arduo scacciare il sospetto secondo cui una delle variabili che ha fatto propendere la bilancia dalla parte dell’attuale patriarca di Venezia sia stata la presenza di Pisapia a palazzo Marino. Si tratterebbe di un sospetto tutt’altro che infondato, diretto a screditare ulteriormente l’immagine che la Chiesa cattolica offre di se stessa. Ancora una volta si è sbagliata, quanto meno, la tempistica. Anche se fatta con debito anticipo, una nomina come quella di Scola sarebbe stata inevitabilmente letta come una vittoria di CL, ma lo stile sarebbe stato meno compromesso. Se poi, ora, prevalesse un altro candidato, anche in questo caso sarebbe, ugualmente, dietro l’angolo il sospetto che la sua nomina sia stata influenzata da una variabile politica.

Legato al confronto tra l’elezione del sindaco di Milano e la nomina del futuro arcivescovo vi è, comunque, un aspetto più profondo di quello connesso alla cronaca politica. Dopo molti anni la sinistra riprenderà a governare Milano in virtù di un consenso che le viene dalla maggior parte dei cittadini. Con tutti i suoi limiti, il ricorso alle urne evidenzia, in modo efficace, le scelte della cittadinanza. Nulla di equivalente in seno alla diocesi ambrosiana. Qui si è in attesa di una nomina che viene dall’alto senza che sia possibile influenzarla in alcun modo.

Quando cambia un vescovo, i fedeli devono solo aspettare la decisione di Roma. Il nunzio indaga, consulta, propone terne (ma non sempre, per Milano non è stata fatta), infine consegna il plico al papa. Poi tutto procedere nelle stanze vaticane, finché giunge l’annuncio, secondo tempi e modi lasciati alla discrezione del pontefice. Il sistema di nomina dall’alto può avere esiti anche molto positivi. In base a esso, negli ultimi giorni del 1979, Carlo Maria Martini fu nominato, a sorpresa, vescovo di Milano. D’altra parte se, in quell’occasione, si fosse dato libero corso alle dinamiche interne alla diocesi ambrosiana, nessuno si sarebbe stupito se CL fosse riuscita a far vincere un suo candidato. Eppure il verticismo monarchico in base al quale si attende un pastore senza consultare le sue future pecore, continua a essere espressione di una Chiesa retta dall’equivoco di spacciare per tradizione irreformabile l’arroccamento attorno ad alcune specifiche fasi della propria storia.

Il fatto che, fino all’epoca medievale, il vescovo fosse eletto da clero e popolo, lungi dall’evitare abusi, spesso li favorì. Inserita in un sistema feudale, questa prassi garantì il predominio di alcune grandi famiglie. Per mutare clima si imboccò la via delle riforme. Nel caso della nomina del vescovo di Roma, dal 1059 essa è, per esempio, affidata ai cardinali. I nostri tempi sono lontanissimi dal Medioevo. Ogni riforma va a sua volta riformata. Avviare processi grazie ai quali i fedeli di una diocesi abbiano parte attiva nella scelta del loro pastore è opzione che solo una forma miope di gestione del potere si rifiuta di prendere in considerazione.

Nel 374 Ambrogio, governatore della provincia romana dell’Emilia-Liguria con sede a Milano, fu eletto, contro il suo parere, vescovo della città a furor di popolo. Ciò avvenne quando Ambrogio non era ancora battezzato (pur essendo già cristiano). Sulla scorta di questo precedente, qualche autore surrealista potrebbe scrivere una piéce teatrale al termine della quale Giuliano Pisapia siede a capo della diocesi ambrosiana. Non auspichiamo tanto. Ci basterebbe che si traessero le debite conseguenze dal fatto che la struttura monarchica e lo spirito feudale, lungi dal far parte dell’intima natura della Chiesa, ne rappresentano solo una fase storica avviata, da gran tempo, sul viale del tramonto. Tuttavia proprio la prolungata dilazione del crepuscolo, fa sì che essa sia ancora in grado di gettare lunghe ombre sul suolo ecclesiale.

Piero Stefani

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